Spondilolistesi lombare: sintomi, diagnosi e cure

Abbiamo intervistato il dottor Lorenzo Nigro, specialista in Neurochirurgia presso il Centro Chirurgico Toscano. Nel corso della specializzazione, il dottor Nigro ha maturato diverse esperienze sia sulla chirurgia cerebrale che vertebrale, lavorando accanto a chirurghi di fama internazionale, sia negli USA che in Inghilterra. Durante il periodo in Inghilterra, ha maturato esperienza soprattutto nella neuro-oncologia.

Al dottor Nigro abbiamo chiesto informazioni su un disturbo molto frequente, che è quello della spondilolistesi, che in alcuni casi non dà sintomi, mentre in altri casi può causare mal di schiena.

Che cos’è davvero la spondilolistesi

Quando si parla di spondilolistesi, si intende lo spostamento in avanti di una vertebra su un’altra. Questo fenomeno interessa di frequente il tratto lombosacrale, cioè la parte più bassa della schiena, quella sottoposta a un carico meccanico importante nella vita quotidiana. Nella pratica clinica riguarda soprattutto gli ultimi livelli della colonna lombare, in particolare L5-S1 e L4-L5, cioè l’ultima vertebra lombare e la prima sacrale. Più raramente interessa livelli lombari più alti come L3-L4 o L2-L3, mentre in altri tratti della colonna è decisamente meno frequente.

Il fatto che si presenti soprattutto a livello L5-S1 o L4-L5 non è casuale. Sono i segmenti che lavorano di più, quelli che assorbono gran parte delle sollecitazioni quando ci pieghiamo, solleviamo pesi, camminiamo, stiamo seduti a lungo o svolgiamo attività fisiche intense.

Il punto importante da capire è questo: non tutte le spondilolistesi danno dolore. Alcune restano silenti per anni. Altre, invece, diventano sintomatiche e si manifestano con lombalgia, rigidità e, nei casi più importanti, con compressione delle radici nervose.

Le cause più comuni

Le cause possono essere congenite oppure acquisite, ma spesso alla base esiste una predisposizione anatomica.

1. Predisposizione congenita

La causa più frequente è una debolezza congenita della parte posteriore della vertebra, cioè dell’arco posteriore vertebrale. In pratica, questa struttura è meno formata o meno robusta del normale e quindi tende a favorire lo scivolamento vertebrale.

2. Cause acquisite

Altre volte la spondilolistesi può peggiorare in seguito a fattori acquisiti, come sforzi fisici ripetuti, attività lavorative usuranti e carichi continui sulla colonna.

Detto in modo semplice, se esiste una base di fragilità, gli sforzi possono favorire un ulteriore scivolamento.

I sintomi: dal mal di schiena alla sciatica

Il sintomo più comune è la lombalgia, cioè il dolore nella parte bassa della schiena. Questo dolore può essere localizzato oppure accompagnarsi a una sensazione di instabilità, affaticamento o rigidità.

Quando però lo scivolamento è più marcato, può comparire anche una compressione delle radici nervose. In quel caso il problema non si limita alla schiena, ma può coinvolgere le gambe.

Quali esami servono per la diagnosi

Di fronte a un mal di schiena persistente, l’esame che oggi più spesso consente di inquadrare bene il problema è la risonanza magnetica lombosacrale. La risonanza permette di ottenere un quadro dettagliato non solo delle vertebre, ma anche di molte altre strutture della regione lombosacrale, come i dischi intervetrali e le articolazioni.

Per questo è spesso l’esame di riferimento quando si vuole capire se il mal di schiena dipende da una spondilolistesi o da altre cause.

Radiografia in flessione ed estensione

Accanto alla risonanza, un esame molto utile è la radiografia lombosacrale dinamica in flesso-estensione. Si eseguono immagini con il busto in flessione e in estensione per vedere se lo scivolamento varia con il movimento.

Quando si può curare senza intervento

Bisogna precisare che non tutti i casi richiedono chirurgia. Se i sintomi non sono importanti e lo scivolamento non è severo, l’approccio iniziale è di solito conservativo.

Il cardine del trattamento è la fisioterapia, soprattutto con un lavoro costante di rinforzo muscolare. L’obiettivo è migliorare la stabilità della colonna attraverso il potenziamento del cosiddetto core, quindi i muscoli addominali, i muscoli lombari e la muscolatura di sostegno del Tronco.

Questo rinforzo crea una sorta di “bustino interno”, capace di sostenere meglio la colonna e ridurre il sovraccarico sul segmento instabile.

Nei casi meno gravi, questo approccio può aiutare molto a contenere i sintomi e a migliorare la qualità della vita.

Quando l’intervento diventa necessario

L’operazione entra in gioco soprattutto in due situazioni:

  • quando i sintomi sono importanti e non si riescono più a controllare con i trattamenti conservativi
  • quando il grado di scivolamento è elevato e quindi la stabilità della colonna è compromessa in modo significativo

Se il dolore persiste nonostante la fisioterapia e la gestione conservativa, significa spesso che l’instabilità è rilevante. In quel caso non esistono molte alternative realmente efficaci per risolvere il problema alla radice.

In cosa consiste l’intervento chirurgico

Il trattamento chirurgico consiste nella stabilizzazione vertebrale. In termini pratici, si posizionano viti nelle vertebre interessate e si realizza una struttura di sostegno che permette di mettere in sicurezza il segmento instabile.

Lo scopo dell’intervento è contenere la listesi, stabilizzare la colonna e, quando necessario, ridurre anche l’eventuale compressione sulle radici nervose.

Quanto dura l’intervento

In genere la procedura dura circa 2 o 3 ore. Se non è necessario decomprimere le radici nervose, talvolta la durata può essere intorno alle 2 ore.

Quanto dura il ricovero

Di solito il ricovero è di 3-4 giorni, talvolta 5 giorni. Nella maggior parte dei casi il paziente torna a casa in tempi relativamente brevi.

Recupero dopo l’operazione: cosa aspettarsi

Dopo l’intervento, il recupero è in genere abbastanza rapido sul piano della mobilizzazione. Il paziente può spesso camminare già dalla prima giornata post-operatoria.

Questo non significa tornare subito a fare tutto. Nelle prime settimane bisogna evitare tutti gli sforzi important, come il sollevamento di pesi.

La fase di maggiore attenzione riguarda soprattutto il primo mese e i primi due mesi. Successivamente, nella maggior parte dei casi, si può riprendere una vita regolare.

E per chi fa lavori pesanti?

La questione è più delicata per chi svolge attività lavorative molto impegnative dal punto di vista fisico, come operai o muratori. Anche in questi casi è possibile tornare a fare sforzi, ma bisogna essere consapevoli che i carichi sulla colonna restano elevati.

Cosa fare se hai mal di schiena e temi una spondilolistesi

Se c’è una lombalgia persistente e il dubbio di una spondilolistesi, il primo passo sensato è fare una risonanza magnetica lombosacrale. È l’esame che offre la panoramica più completa sulla regione lombare e sacrolombare e permette di escludere anche problemi più importanti.

Una volta escluse patologie rilevanti, bisogna ricordare una cosa molto importante: il mal di schiena è estremamente frequente nella popolazione generale e, nella maggior parte dei casi, non è legato a quadri gravi.

Il consiglio pratico per chi soffre di mal di schiena

Quando non emergono cause gravi, il consiglio più utile è puntare sulla fisioterapia posturale e sugli esercizi a corpo libero eseguiti con regolarità.

Non serve fare allenamenti estremi. Anche dedicare mezz’ora alla settimana a esercizi costanti può essere un aiuto concreto per prevenire il mal di schiena o ridurlo nel tempo. La chiave è la continuità.

Le attività consigliate sono la camminata, la corsa (se ben tollerata), il nuoto e gli esercizi posturali a corpo libero.

In conclusione, il messaggio più utile è semplice: non tutto il mal di schiena è grave, ma se il dolore persiste vale la pena studiarlo bene. Una diagnosi corretta permette di scegliere il percorso giusto, evitare paure inutili e intervenire in modo efficace quando davvero serve.

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